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Luce, architettura e neuroscienze: cosa cambia per il progetto dell’illuminazione

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Per molto tempo il progetto della luce è stato raccontato soprattutto attraverso i suoi parametri misurabili: illuminamento, luminanza, abbagliamento, temperatura di colore, resa cromatica, efficienza, sistemi di controllo. Sono grandezze indispensabili. Senza di esse il progetto perde verificabilità, sicurezza e responsabilità tecnica.

[foto in header generata con Open AI images]

Ma chi lavora con la luce sa che uno spazio illuminato non coincide mai soltanto con una somma di valori corretti. Un ambiente può rispettare un requisito prestazionale e risultare comunque faticoso, poco leggibile, incoerente con l’uso reale o povero dal punto di vista percettivo. Al contrario, una scelta luminosa ben calibrata può rendere più chiaro un percorso, più riconoscibile un’opera, più comprensibile una “soglia”, più stabile la relazione tra corpo e spazio.

È in questa zona, tra dato tecnico ed esperienza vissuta, che si è sviluppata la XIV edizione di Progettare il Progettista, l’appuntamento annuale promosso da APIL – Associazione Professionisti dell’Illuminazione, dedicato quest’anno al rapporto tra luce, architettura e neuroscienze.

L’incontro, moderato dalla giornalista Lucrezia Goldin, ha messo in dialogo quattro prospettive diverse: Andréa De Paiva, architetta e fondatrice di NeuroAU; Martina Frattura, lighting designer e ricercatrice; Zaira Cattaneo, neuroscienziata cognitiva e docente presso l’Università di Bergamo; e Alberto Pasetti, architetto e lighting designer.

tutte le foto a seguire sono cortesia Domiziana de Santis

foto di gruppo PiP2026
Foto di gruppo Organizzazione e Relatori Progettare il Progettista 2026 a Milano

Il punto più interessante, dal punto di vista del progetto della luce, non è stato cercare una nuova ricetta da applicare agli ambienti. Al contrario, uno dei messaggi più ricorrenti è stato il rifiuto di un uso deterministico della scienza. Le neuroscienze non servono a dire che una certa luce produce automaticamente un certo effetto. Servono piuttosto ad ampliare il campo delle domande, a rendere più consapevoli le ipotesi progettuali e a ricordare che ogni ambiente viene vissuto da persone diverse, in momenti diversi e per durate diverse.

La luce oltre la funzione visiva

Nel suo intervento, Andréa De Paiva ha introdotto la neuroarchitettura come campo interdisciplinare che studia la relazione dinamica tra persone e ambiente. Una relazione che non è mai fissa, perché dipende dal contesto, dall’età, dallo stato fisiologico, dalle abitudini e dal tempo di esposizione.

In questa prospettiva, la luce agisce su più livelli. C’è il livello visivo, evidente: senza luce non distinguiamo forme, colori, volumi e ostacoli. C’è però anche un livello non visivo, legato alla regolazione dei ritmi biologici, al sonno, all’umore, all’attenzione e all’apprendimento.

Il punto progettualmente rilevante è che non basta parlare genericamente di luce naturale o di luce artificiale. Contano quantità, spettro, direzione, distribuzione, momento della giornata, durata dell’esposizione e rapporto con il buio.

Un ufficio, per esempio, non è il luogo in cui dormiamo. Eppure la qualità della luce a cui siamo esposti durante il giorno può influenzare anche la qualità del sonno notturno. Allo stesso modo, la camera da letto non va considerata solo nel momento in cui si spegne la luce, perché la preparazione fisiologica al sonno comincia prima, negli ambienti serali e nelle abitudini domestiche.

Per chi progetta, questo cambia il campo di osservazione. Non si tratta solo di garantire un valore di illuminamento su un piano di lavoro, ma di comprendere quale relazione lo spazio costruisce con il corpo nel tempo.

Vedere è già interpretare

Martina Frattura ha portato il discorso sulla relazione tra luce, corpo, mente e spazio costruito, insistendo su un punto spesso sottovalutato: vedere non significa semplicemente registrare un’immagine.

La visione è un processo attivo. Il cervello interpreta, anticipa, confronta, corregge. Ciò che vediamo è influenzato dalla familiarità con un ambiente, dal nostro background, dalla cultura visiva, dall’esperienza professionale e dallo stato in cui ci troviamo.

Un lighting designer, un architetto e un utente non specialista possono trovarsi nello stesso spazio, ma non leggerlo necessariamente nello stesso modo. Questo ha una conseguenza pratica importante: quando progettiamo una gerarchia luminosa, non stiamo solo distribuendo luce. Stiamo costruendo una possibile lettura dello spazio.

Da qui il tema della cross-modalità, cioè dell’interazione tra stimoli sensoriali diversi. L’esperienza di un ambiente non nasce mai solo dalla luce: entrano in gioco anche suono, temperatura, movimento, densità, memoria e aspettative. La luce resta centrale, ma non è isolata.

Il progetto illuminotecnico, quindi, non può limitarsi al controllo dello stimolo luminoso in termini fisici. Deve interrogarsi su quale esperienza quello stimolo contribuisce a costruire insieme agli altri elementi dello spazio.

Bellezza, memoria e coinvolgimento

Con Zaira Cattaneo il tema si è spostato sul terreno della neuroestetica: lo studio dei processi coinvolti quando incontriamo la bellezza, un’opera d’arte o uno spazio capace di coinvolgerci.

La bellezza non è stata trattata come una semplice preferenza soggettiva. È emersa piuttosto come un’esperienza complessa, in cui entrano in gioco percezione, emozione, memoria, corpo, aspettative e significati culturali.

Quando osserviamo un’opera d’arte, non si attivano soltanto aree visive. Si attivano circuiti legati al piacere, alla memoria autobiografica, al riconoscimento delle intenzioni, alla capacità di leggere posture, gesti e stati emotivi.

Questo vale anche per lo spazio architettonico. Un ambiente non è percepito come una somma neutra di superfici illuminate, ma come un’esperienza costruita attraverso ciò che vediamo, ricordiamo, riconosciamo o ci aspettiamo.

In questo processo la luce ha un ruolo decisivo: seleziona, ordina, nasconde, rivela, mette in relazione. Non crea da sola il significato, ma contribuisce a costruire le condizioni in cui quel significato può emergere.

Dal museo ai luoghi della cura

L’intervento di Alberto Pasetti ha riportato molti dei temi emersi alla pratica del progetto della luce, con particolare attenzione agli spazi museali e ai luoghi della cura.

Nel caso di un’opera d’arte, illuminare bene non significa semplicemente renderla visibile. Significa considerare posizione dell’osservatore, geometria dello spazio, contrasti di luminanza, colore, sequenza di avvicinamento, conservazione dell’opera e qualità dell’esperienza percettiva.

Il museo rende evidente un principio che vale anche in altri contesti: la luce non è un’aggiunta finale, ma parte del dispositivo percettivo dello spazio.

Nei luoghi della cura, questa responsabilità diventa ancora più evidente. La luce deve dialogare con esigenze cliniche, comfort visivo, orientamento, fragilità degli utenti, presenza della luce naturale e ritmi biologici. Anche qui non basta un parametro isolato. Serve una visione sistemica.

La norma è necessaria, ma non esaurisce il progetto

Nel confronto finale con il pubblico è emersa una questione inevitabile: come si integra tutto questo con norme, requisiti tecnici, CAM, certificazioni e vincoli prestazionali?

Intervento di Tommaso Zarini

La norma resta necessaria. Definisce requisiti minimi, sicurezza, criteri verificabili, condizioni condivise. Ma non può contenere da sola tutta la complessità dell’esperienza umana.

Un valore di illuminamento può essere corretto e allo stesso tempo insufficiente a descrivere la qualità percettiva di un ambiente. Una temperatura di colore può essere indicata con precisione, ma non dire abbastanza su spettro, direzione, contrasto, durata dell’esposizione, rapporto con il buio e contesto d’uso.

Il progetto inizia proprio dove il requisito minimo non basta più a spiegare ciò che accade nello spazio.

Un progetto necessariamente interdisciplinare

Un passaggio emerso con forza riguarda il perimetro stesso della competenza progettuale. La progettazione della luce oggi non può essere ridotta alle sole nozioni illuminotecniche, per quanto indispensabili. Fotometria, distribuzione luminosa, abbagliamento, resa cromatica, efficienza e controllo restano strumenti fondamentali, ma non bastano da soli a descrivere l’esperienza reale degli utenti.

Quando la luce entra in relazione con sonno, attenzione, orientamento, memoria, percezione estetica, comfort e comportamento, il progetto diventa inevitabilmente interdisciplinare. Significa coinvolgere, quando il contesto lo richiede, competenze provenienti da neuroscienze, psicologia ambientale, architettura, medicina, ergonomia, acustica, conservazione, sociologia o ricerca applicata.

Questo non indebolisce il ruolo del lighting designer. Lo rende più preciso. Il progettista della luce non deve sapere tutto, ma deve riconoscere quando il problema supera il confine della disciplina e richiede un confronto con altri saperi.

In questo senso, l’interdisciplinarità non è un’aggiunta culturale. È una condizione operativa per affrontare spazi complessi senza semplificare ciò che accade alle persone.

Una conseguenza per il progetto della luce

La giornata APIL ha confermato una direzione chiara: il progettista della luce non lavora solo sulla visibilità. Lavora sulla relazione tra spazio e persona.

Questo non significa attribuire alla luce poteri generici o trasformarla in una promessa di benessere. Significa essere più precisi.

La luce può sostenere l’orientamento, facilitare la lettura dello spazio, contribuire alla regolazione dei ritmi biologici, modulare attenzione e atmosfera, valorizzare un’opera, ridurre o aumentare il carico percettivo. Ma tutto dipende da condizioni specifiche: chi usa lo spazio, quando, per quanto tempo, con quali attività, con quali fragilità e in quale contesto.

Forse il punto più utile emerso dall’incontro è questo: progettare la luce significa formulare un’ipotesi sull’esperienza.

Un’ipotesi da costruire con competenza tecnica, da verificare con strumenti adeguati, da confrontare con la ricerca e, quando necessario, da discutere con competenze diverse da quelle strettamente illuminotecniche.

La luce non illumina soltanto gli ambienti. Contribuisce a definire il modo in cui li attraversiamo, li interpretiamo e li ricordiamo.

Giacomo
Giacomohttp://www.rossilighting.it
Giacomo Rossi, architetto e lighting designer free lance, fondatore di Luxemozione.com. Dopo anni di attività nella progettazione della luce, fonda assieme ad altri colleghi LDT-Lighting Design Team , studio multidisciplinare di progettazione della luce. Alla progettazione affianca l'attività come docente presso il Politecnico di Milano e altre importanti scuole di architettura e design. tra cui IED Istituto Europeo di Design. E' inoltre autore di articoli su riviste del settore illuminotecnico. Dal 2014 è membro del Consiglio Direttivo di Apil-associazione dei professionisti dell'illuminazione.

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