Le luci del Duomo di Milano:una lettera dal progettista

Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo nel quale ho espresso il mio parere sulla polemica sorta sull’illuminazione del Duomo di Milano. Giovedì scorso è apparso sul Corriere Magazin un articolo nel quale il lighting designer francese Alain Guilhot esprimeva un giudizio assolutamente negativo in merito: ” quel horreur” l’esclamazione! Ed addirittura si proponeva quale nuovo progettista per l’illuminazione del Duomo. Non entro in merito delle soluzioni che vengono paventate nell’articolo, ma la domanda sorge spontanea: ma siamo sicuri che ciò che il francese è abituato a fare in casa, dove la cultura della luce è ben differente, sia anche apprezzato dai cittadini, dalla soprintendenza e dalla Fabbirica del Duomo?

Qua di seguito pubblico una lettera arrivata in redazione dall’arch. C.Ferrara, presidente APIL e co-titolare con l’ing.Palladino dell’omonimo studio, che qualche anno fa ha progettato l’attuale impianto per il Duomo e nella quale viene dato un chiaro parere in merito.

“Capita spesso, che nel leggere un articolo su un argomento che si conosce piuttosto a fondo – magari perché inerente alla propria sfera professionale – ci si rammarichi per la forte incompletezza delle informazioni riportate.
Nella grande maggioranza dei casi si sorvola, un po’ per pigrizia un po’ per scarsa fiducia sul diritto di replica, e così ho fatto anch’io dopo aver letto l’articolo sul Corriere della Sera del 4 settembre che riguardava l’illuminazione del Duomo di Milano. Ma dopo aver visto che lo stesso soggetto veniva ripreso sul Magazine del 18 settembre al grido di quel horreur, ho capito che era mio dovere fare chiarezza su una questione che conosco assai bene alla luce del fatto che il mio studio era stato allora incaricato della progettazione di quella illuminazione.
Per tutti coloro che fossero interessati a conoscere come le cose si sono svolte, preciso che l’attuale illuminazione (che non ha goduto di alcuna manutenzione da prima dei lavori di restauro della facciata è il risultato di un lungo e proficuo dialogo con la Sovrintendenza ai Beni Architettonici e più precisamente con l’architetto Corrieri, che in quella occasione (ma sono certa che oggi la sua opinione non sarebbe diversa) aveva tassativamente scartato a priori qualsiasi soluzione spettacolare o in qualche modo fortemente scenografica perché poco consona ad illuminare L’intero monumento, sollecitando se non addirittura imponendo soluzioni moderate volte ad “illuminare in modo da simulare la luce naturale”. Ciò significa che i “faretti”, come li chiama la giornalista del Magazine, in nessun caso si sarebbero potuti posizionare sul monumento, né tanto meno posti ad illuminare dal basso verso l’alto (così innaturale!?!) come quelli dell’immagine riportata a tutta pagina, ma bensì ubicati più lontano a rischiarare in modo il più possibile uniforme l’intera costruzione.
La soluzione adottata andava incontro anche alla committenza AEM che premeva dal canto suo per un impianto tecnicamente ineccepibile e limitata potenza impegnata.
Tutto ciò per dire che prima di pontificare professionisti stranieri (la criticatissima realizzazione del Castello Sforzesco dovrebbe aver insegnato qualcosa), che molto spesso sono considerati migliori solo in quanto tali, si potrebbe volgere lo sguardo verso altri più vicini che nulla hanno da invidiare in capacità ed esperienza, ma a cui forse non viene lasciata altrettanta libertà espressiva. E se proprio l’esterofilia è quella che paga, potrebbe risultare d’interesse per qualcuno che il mio studio in epoca assai più recente ha avuto riconfermate la propria fiducia da un ben noto signore francese, tale Pinault, che insieme all’archistar Tadao Ando, lo ha incaricato prima per Palazzo Grassi e oggi per il museo di arte contemporanea di Punta della Dogana.
Se invece oggi Milano decidesse che le condizioni al contorno si sono nel frattempo modificate e con esse le opinioni e quindi le possibilità fossero più ampie, a quel punto sarei la prima ad esprimere piena disponibilità a misurarmi in questa nuova sfida.

Cinzia Ferrara”

Per chi è interessato agli sviluppi della faccenda vorrei segnalare che su laRepubblica Milanodi oggi è apparso un articolo nel quale l’arch.C.Ferrara chiarisce pubblicamente il suo punto di vista.

cosa ne dite?

ciao a tutti

Giacomo

Giacomo Rossi, architetto e lighting designer free lance, fondatore di Luxemozione.com. Dopo anni di attività nella progettazione della luce, fonda assieme ad altri colleghi LDT-Lighting Design Team , studio multidisciplinare di progettazione della luce. Alla progettazione affianca l'attività come docente presso il Politecnico di Milano e altre importanti scuole di architettura e design. tra cui IED Istituto Europeo di Design. E' inoltre autore di articoli su riviste del settore illuminotecnico. Dal 2014 è membro del Consiglio Direttivo di Apil-associazione dei professionisti dell'illuminazione.

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