Negli ultimi anni il dibattito sull’illuminazione pubblica si è trasformato profondamente. Non parliamo più soltanto di lumen, watt e temperatura di colore: oggi la discussione riguarda l’identità dei luoghi, il benessere delle persone, la qualità degli ecosistemi notturni e la cultura della luce. È sempre più evidente la necessità di una progettazione attenta, informata e soprattutto site specific, capace di leggere ciò che accade in un luogo prima di intervenire.
[in header immagine di scorcio urbano by night generata con AI]
Un nuovo contributo dalla ricerca
In questo contesto assume particolare rilevanza lo studiopubblicato nel 2025 su PLOS ONE, intitolato “Randomised trial reveals a mismatch between preferences for and hormonal responses to anthropogenic light colour temperatures”. La ricerca è stata realizzata dal WSL – Eidgenössische Forschungsanstalt für Wald, Schnee und Landschaft (Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio) – insieme a EKZ – Elektrizitätswerke des Kantons Zürich (azienda elettrica del Canton Zurigo). Si tratta di un progetto interdisciplinare che combina competenze tecniche, misure fisiologiche e analisi percettive.
Lo studio nasce da una prova randomizzata condotta in condizioni reali di spazio pubblico, integrando misure soggettive e fisiologiche. I risultati sono sorprendenti e vanno oltre il tradizionale dibattito “luce calda vs luce fredda”, aprendo scenari che coinvolgono anche aspetti socio-culturali e ambientali.
Percezione e fisiologia: due risposte diverse
Il cuore dello studio riguarda una questione cruciale per la progettazione urbana: le preferenze visive non coincidono necessariamente con ciò che è fisiologicamente più adeguato. L’esperimento si è svolto a Richterswil, cittadina affacciata sul lago di Zurigo.
Qui i ricercatori hanno installato tre setup LED identici per intensità luminosa (circa 7,5 lx al suolo, con variazione <10%), modificando un solo parametro: la temperatura di colore (2700 K, 4000 K, 6500 K). Settantasei partecipanti sono stati esposti per circa venti minuti a uno dei tre scenari e valutati prima e dopo rispetto a percezione della luce, senso di sicurezza, stato affettivo, stress auto-riferito e cortisolo salivare.
[immagini courtesy WSL]


Si tratta di un esperimento di campo, quindi non di una simulazione o di un test in laboratorio. Questo aspetto è rilevante: l’illuminazione è stata valutata in uno spazio urbano reale, con apparecchi installati nel centro di Richterswil e con partecipanti esposti alle condizioni notturne del luogo. Il valore dello studio sta soprattutto nella sua impostazione interdisciplinare. Le risposte dei partecipanti non sono state valutate solo attraverso questionari, ma anche tramite un indicatore fisiologico: il cortisolo salivare, utilizzato come biomarcatore dello stress.
Una cautela preliminare: la CCT non è una metrica circadiana
Prima di interpretare i risultati è necessario chiarire un punto tecnico: la temperatura di colore correlata della luce, o CCT, non è una misura diretta dell’effetto biologico della luce.

La CCT descrive l’apparenza cromatica di una sorgente nominalmente bianca, indicando se la luce appare più calda o più fredda. È una grandezza utile per comunicare una qualità percettiva della luce, ma non identifica in modo univoco la distribuzione spettrale della sorgente.
Due LED con la stessa Temperatura Correlata di Colore possono avere distribuzioni spettrali SPD (Spectral Power Distribution) differenti; di conseguenza possono produrre stimoli melanopici diversi pur apparendo cromaticamente simili.

Questo è decisivo quando si parla di risposte non visive, come regolazione circadiana, vigilanza, soppressione della melatonina o altri effetti mediati anche dalle ipRGC, le cellule gangliari retiniche intrinsecamente fotosensibili. La melanopsina ha una sensibilità massima nella regione corta del visibile, indicativamente nel blu-ciano intorno a 480 nm, ma la risposta biologica non può essere ridotta alla presenza isolata di una banda spettrale.

Per questo la CIE S 026:2018 ( CIE System for Metrology of Optical Radiation for ipRGC-Influenced Responses to Light) introduce grandezze specifiche per descrivere la capacità della radiazione ottica di stimolare le diverse classi di fotorecettori. In termini progettuali, questo significa che una CCT elevata non equivale automaticamente a un maggiore stimolo circadiano, così come una CCT bassa non garantisce automaticamente un minore impatto biologico. Servono dati spettrali, illuminamento alla cornea, durata dell’esposizione, orario, storia luminosa precedente e condizioni dell’osservatore.
Nel caso di Richterswil, le tre temperature di colore utilizzate durante i test non vanno quindi interpretate come attivatori universali di specifiche risposte biologiche, ma come condizioni sperimentali riferite al solo caso analizzato.
La preferenza per la luce calda
Il risultato percettivo più netto riguarda la preferenza. I partecipanti hanno valutato più positivamente la luce calda a 2700 K rispetto alle condizioni più fredde, in particolare quando veniva chiesto loro se apprezzassero il colore della luce. Questo dato è coerente con l’aspettativa notturna di molti contesti urbani europei: la luce calda viene spesso associata a familiarità, intimità, minore aggressività visiva e atmosfera più accogliente. Nel caso di Richterswil si può aggiungere una possibile chiave culturale: la città è nota per la Räbechilbi, festa delle lanterne delle rape intagliate, durante la quale il paesaggio notturno viene temporaneamente trasformato da una luce calda, soffusa e collettiva.

Questa lettura, però, va dichiarata per ciò che è: un’interpretazione plausibile, non un dato causale dimostrato dallo studio. La ricerca non misura infatti l’influenza della tradizione locale sulla preferenza per la luce calda. Permette semmai di aprire una riflessione più ampia: il modo in cui giudichiamo una luce non dipende solo da parametri tecnici, ma anche da abitudini, aspettative e memoria dei luoghi.
La risposta fisiologica: un risultato da leggere con cautela
Il dato più discusso riguarda il cortisolo. Dopo l’esposizione, i partecipanti sotto luce a 6500 K hanno mostrato una diminuzione del cortisolo salivare maggiore utilizzato come biomarcatore dello stress, rispetto a quelli esposti a 2700 K. Nello stesso esperimento, però, la Temperatura di Colore della luce non ha prodotto differenze significative sul senso di sicurezza, sullo stato affettivo o sullo stress auto-riferito.
Qui sta il punto interessante: la preferenza visiva e un indicatore fisiologico non hanno seguito la stessa direzione. Tuttavia sarebbe scorretto trasformare questo risultato in una formula del tipo “la luce fredda riduce lo stress” . Il risultato riguarda quelle sorgenti, quel contesto urbano, quel livello di illuminamento, quella durata di esposizione e quel gruppo di partecipanti.
Gli autori ipotizzano che la risposta osservata sotto luce fredda possa essere collegata alla somiglianza con condizioni diurne, quindi a un ambiente percepito dal corpo come più vicino alla sicurezza visiva del giorno. È una spiegazione possibile, ma resta una spiegazione interpretativa. Non sostituisce la necessità di leggere lo spettro reale, l’esposizione alla cornea e il contesto temporale dell’esperimento.

La terza dimensione: flora, fauna e paesaggio notturno
Oltre alla percezione e alla fisiologia umana, la luce urbana coinvolge un terzo piano: l’ambiente notturno. In questo caso lo studio di Richterswil non misura direttamente gli effetti su flora e fauna, ma il tema è inevitabile quando si parla di illuminazione pubblica. Anche qui la CCT da sola non basta.
L’impatto ecologico della luce artificiale notturna dipende:
- dalla distribuzione spettrale,
- dalla quantità di luce emessa,
- dalla direzione dei fasci,
- dalla durata di accensione,
- dalla presenza di schermature,
- dalla stagione,
- dal tipo di habitat e dalle specie coinvolte.
Una sorgente con una Temperatura di Colore più bassa può essere preferibile in molti contesti, ma non diventa automaticamente innocua, se illumina troppo, o male, o dove il buio dovrebbe essere preservato, resta comunque una sorgente di disturbo.
Il buio, in questa prospettiva, non è un’assenza da compensare sempre con luce artificiale. È una condizione ambientale con valore ecologico, percettivo e culturale.
La qualità della luce urbana dipende anche dalla capacità di decidere dove non illuminare, quando ridurre il flusso e come evitare emissioni inutili verso cielo, facciate, chiome degli alberi o corridoi ecologici.

Rimando per approfondimenti a quest’articolo su Luxemozione che approfondisce proprio quest’aspetto.
Inquinamento Luminoso 2.0: il caso Turtlenest e le linee guida aggiornate per aree costiere
Verso una progettazione più consapevole
Le conclusioni dei ricercatori si allineano con ciò che oggi definiamo progettazione contemporanea della luce: non esiste una temperatura di colore migliore in assoluto; ogni scelta deve essere calibrata sul contesto; il progetto deve integrare preferenze visive, risposte fisiologiche, impatti ambientali e qualità del buio.
Conclusioni
L’esperimento di Richterswil non offre una risposta definitiva, ma aiuta a porre meglio la domanda. La luce pubblica non può essere valutata solo in base a quanto illumina, né ridotta a una scelta cromatica isolata. Ogni intervento costruisce un equilibrio tra uso dello spazio, percezione, sicurezza, identità dei luoghi e qualità dell’ambiente notturno. La progettazione consapevole nasce dalla capacità di leggere questo equilibrio, misurarlo dove possibile e tradurlo in una scelta luminosa coerente.
Fonti
• PLOS ONE – Studio originale
Randomised trial reveals a mismatch between preferences for and hormonal responses to anthropogenic light colour temperatures
https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0327843• WSL – Eidgenössische Forschungsanstalt für Wald, Schnee und Landschaft
Comunicazione ufficiale sul progetto e sui risultati dello studio
https://www.wsl.ch/en/news/artificial-light-in-public-spaces-warm-light-is-popular-cold-light-reduces-stress-levels/• EKZ – Elektrizitätswerke des Kantons Zürich
Partner operativo del progetto di illuminazione pubblica
https://www.ekz.ch• ALANEX – Artificial Light at Night: Mitigating an Extreme Environmental Disturbance
Progetto di ricerca correlato (WSL)
https://www.wsl.ch/de/projekte/artificial-light-at-night-mitigating-an-extreme-environmental-disturbance-for-humans-and-the-environment-alanex

