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Lampade fluorescenti: principio di funzionamento e qualità della luce

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Negli ultimi mesi, sui canali social di Luxemozione – in particolare su Instagram – ho affrontato il tema del mercurio e del ban delle sorgenti fluorescenti dal mercato europeo, entrato in vigore nel 2023.

Per questo motivo ho deciso  di riprendere e aggiornare un articolo storico del sito, pubblicato nel gennaio 2008, dedicato al principio di funzionamento delle lampade a scarica in vapori di mercurio a bassa pressione, comunemente note come lampade fluorescenti. A distanza di quasi vent’anni, vi ripropongo l’articolo in una versione aggiornata e ampliata. Non per nostalgia, ma per rileggere una tecnologia che ha segnato profondamente l’illuminazione del Novecento, alla luce delle conoscenze tecniche attuali e con maggiore chiarezza sui suoi fondamenti fisici e alcuni dettagli storici che mancavano nel testo originario.

Neon? No, lampade fluorescenti

Nel linguaggio comune il termine “neon” viene spesso utilizzato per indicare genericamente qualsiasi sorgente luminosa tubolare. Dal punto di vista tecnico questa definizione è impropria.

Il “neon” è una lampada a scarica che utilizza l’omonimo gas nobile e produce luce direttamente dall’emissione del plasma.
La lampada fluorescente, pur appartenendo anch’essa alla famiglia delle lampade a scarica, funziona secondo un principio differente: la luce visibile non è emessa direttamente dal gas, ma ottenuta tramite un processo di conversione della radiazione ultravioletta.

La distinzione non è terminologica, ma fisica, e ha conseguenze dirette sulla qualità e sulle caratteristiche della luce prodotta.

Dalla sperimentazione all’industrializzazione

Le lampade fluorescenti si basano su tecnologie sviluppate già a partire dai primi decenni del ‘900, fu allora infatti che si eseguirono una serie di esperimenti che dimostrarono che i vapori di mercurio in determinate condizioni ambientali, sottoposti a passaggio di elettroni, emettono una linea di spettro negli ultravioletti.

In condizioni di scarica in vapori di mercurio a bassa pressione, la radiazione emessa dal plasma è concentrata in poche righe discrete. La riga dominante è quella ultravioletta a 253,7 nm.

Il passaggio decisivo avvenne quando la fluorescenza venne affrontata non come curiosità di laboratorio, ma come problema di ingegneria e produzione industriale. In questo contesto, un ruolo centrale fu svolto dai laboratori di General Electric.

A partire dalla fine degli anni Venti, GE avviò programmi di ricerca sistematici sulle lampade a scarica in vapori di mercurio a bassa pressione, con l’obiettivo di ottenere una sorgente luminosa efficiente, stabile e riproducibile. La sfida non era dimostrare il fenomeno fisico, ma controllarlo: stabilità della scarica, durata degli elettrodi, adesione e composizione dei fosfori, controllo del colore e del flusso luminoso nel tempo.

Esperienze di questo tipo confluirono, nei primi anni Trenta, nello sviluppo di prototipi di lampade fluorescenti sempre più stabili ed efficienti. Alcuni di questi dispositivi, caratterizzati da un’emissione di colore prevalentemente verde, raggiungevano già efficienze luminose dell’ordine di 60 lm/W, valori molto elevati per l’epoca.

GE prototipo di lampada fluorescente funzionante.
Da una pubblicazione tecnica di GE degli anni ’40 del XX secolo.

Il processo di affinamento proseguì fino al 1939, quando vennero introdotti i primi modelli commerciali a luce bianca, segnando l’ingresso definitivo della lampada fluorescente nell’illuminazione generale.

GE immagine da una pubblicità del 1945 sulle lampade fluorescenti
Da una pubblicazione General Electric del 1945

I cataloghi e i materiali tecnici degli anni Quaranta mostrano una tecnologia ormai matura, nella quale il funzionamento della lampada fluorescente veniva spiegato in modo chiaro e sistematico, segno di una profonda comprensione dei suoi meccanismi fisici e dei suoi limiti.

Struttura fisica della lampada fluorescente

Dal punto di vista costruttivo, una lampada fluorescente è costituita da un tubo di vetro sigillato contenente:

  • una miscela di gas inerte (generalmente argon, talvolta krypton) a pressione dell’ordine di 2–3 hPa;
  • una piccola quantità di mercurio;
  • due elettrodi alle estremità del tubo;
  • un rivestimento interno di materiali fluorescenti.

Durante il funzionamento, il mercurio evapora raggiungendo una pressione parziale tipica dell’ordine di 0,8 Pa, valore che massimizza l’emissione ultravioletta utile. Il gas inerte facilita l’innesco della scarica, mentre il mercurio è responsabile dell’emissione radiativa.

Il corretto regime di funzionamento è inoltre legato alla temperatura del tubo, tipicamente intorno ai 35–40 °C, condizione nella quale la pressione di vapore del mercurio assume il valore ottimale.

lampade fluorescenti dettaglio

Elettrodi, avviamento e alimentazione

Gli elettrodi sono generalmente costituiti da filamenti di tungsteno rivestiti con materiali emissivi che facilitano l’emissione termoionica. Durante l’avviamento vengono riscaldati per favorire l’innesco della scarica.

lampade fluorescenti eletrodi

Per avviare la scarica è usuale una miscela di gas inerte (di solito Argon/Kripton), il cui ruolo è quello di facilitare l’innesco della scarica abbassando la tensione di avvio. Una volta stabilita la scarica, gli elettroni accelerati interagiscono con gli atomi di mercurio, trasferendo energia eccitativa che porta alla produzione delle righe spettrali UV caratteristiche.

Ciò avviene poiché l’energia necessaria ad eccitare il primo livello dell’Argon (11,5eV) è di poco superiore all’energia necessaria a garantire la ionizzazione del Mercurio (10,39eV): statisticamente è molto facile in queste condizioni dare luogo alla ionizzazione del Mercurio e quindi l’emisione delle righe spettrali discrete tipiche.

lampade fluorescenti legge di pashen

Qua sopra un video che mostra molto chiaramente il processo di innesco della scarica e emissione luminosa.

La pressione di vapore del mercurio è funzione della temperatura del tubo: per molti tubi lineari tradizionali, la temperatura di esercizio intorno ai 35–40 °C porta la pressione di vapore vicino al valore ottimale per l’emissione UV dominante. Le lampade fluorescenti sono molto sensibili alle variazioni di temperatura dell’aria circostante. Il grafico più sotto mostra come la massima efficienza  è raggiunta con una temperatura ambiente di circa 25 ° C per i tradizionali tubi T8 e T12, mentre per le più  moderne  T5 il picco è a 35 ° C. Si noti che la temperatura superficiale effettiva è leggermente superiore a quelle ambientale, in  genere, 40 ° C per una lampada T8 in  ambiente  a 25 ° C

lampade fluorescenti decadimento del flusso nel tempo

Emissione del mercurio e fluorescenza

La scarica in vapori di mercurio a bassa pressione produce uno spettro di emissione caratterizzato da righe discrete. La più intensa è la riga ultravioletta a 253,7 nm, nella quale è concentrata la quasi totalità della potenza radiata dal plasma. L’emissione spettrale dipende dalla pressione a cui opera la scarica nei gas.

In questo video un esperimento che mostra le linee di spettro del Mercurio nel range del visibile.

Possono essere presenti anche righe nel visibile, ad esempio a 436 nm, 546 nm e 578 nm, il cui contributo al flusso luminoso complessivo di una lampada a fluorescente è marginale. Questo significa che la luce visibile emessa da una lampada fluorescente non rappresenta lo spettro del mercurio, ma quello dei materiali fluorescenti eccitati dalla radiazione UV.

Come indicato in quest’immagine qua sotto l’emissione spettrale del mercurio dipende dalla pressione dell’ambiente di scarica.

emissione spettrale mercurio

Fosfori, conversione spettrale e qualità della luce

Il rivestimento interno del tubo è costituito da fosfori, materiali in grado di assorbire la radiazione ultravioletta e riemetterla nel campo del visibile. La lampada fluorescente è quindi una sorgente luminosa a conversione spettrale.

La composizione dei fosfori determina:

  • temperatura di colore;
  • resa cromatica;
  • distribuzione spettrale;
  • stabilità cromatica nel tempo.

Le prime lampade fluorescenti utilizzavano fosfori relativamente semplici, con buona efficienza ma resa cromatica limitata. A partire dagli anni Settanta, l’introduzione dei fosfori a terre rare ha permesso un controllo spettrale più selettivo e una qualità della luce sensibilmente superiore.

Prima della messa al bando delle sorgenti fluorescenti era comune utilizzare lampade lineari Trifosforo (introdotti negli anni 90) e Pentafosfori di più recente introduzione, queste ultime in grado di dare migliori risultati in termini qualitativi grazie ad una distribuzione spettrale dellaluce più uniforme lungo lo spettro del visibile (380nm-780nm): ad esempio le sorgenti di Philips, che hanno il nome commerciale di Master TL5 90 DeLuxe, caratterizzate da una resa cromatica Ra=91, considerata molto alta per questa tecnologia.

lampade fluorescenti spettro emissione
Distribuzione spettrale di una fluorescente trifosforo
lampade fluorescenti spettro emissione
Distribuzione spettrale di una fluorescente pentafosforo

Per maggiori informazioni sulle tipologie di fosfori impiegati rimando al sito Lamptech.co.uk dove si trova una trattazione molto dettagliata

Ogni modello ha caratteristiche differenti, disponibili soluzioni con Indice di Resa Cromatica Ra o con Temperatura di Colore Correlata (in Kelvin) differente.

Temperatura di colore fluorescenti
Chema che riporta le dverse Temparature Correlate di Colore (CCT) disponibili per le sorgenti fluorescenti (Fonte LampTech).
Tabella codici fluorescente
Tabella che descrive la codifica per sorgenti fluorescenti (Fonte Lamptech)

Alimentazione e Flickering

Le lampade fluorescenti necessitano di apparecchiature ausiliarie per il loro funzionamento. Tali apparecchiature possono alimentare la lampada a frequenza di rete (50Hz) o ad alta frequenza (comunemente denominata con la sigla HF , e funzionanti con frequenze nell’ordine dei 30kHz).

Nei sistemi tradizionali con reattore elettromagnetico alimentato a frequenza di rete, l’emissione luminosa segue la modulazione della corrente, con una variazione del flusso a 100 Hz nei sistemi a 50 Hz.

Qua sotto il video mostra lo sfarfallio di un apparecchio d’illuminazione con sorgenti a fluorescenza, ripreso con videocamera.

Con l’introduzione dei ballast elettronici, il funzionamento della lampada è stato portato a frequenze tipicamente comprese tra 20 e 60 kHz, riducendo drasticamente la modulazione percepibile e migliorando il comfort visivo. Temi oggi centrali anche per le sorgenti LED erano già tecnicamente rilevanti nel mondo delle fluorescenti.

lampade fluorescenti flickering

Una tecnologia chiave del Novecento

La lampada fluorescente non è stata una tecnologia di transizione o di compromesso, ma una delle principali risposte tecniche del Novecento al problema dell’illuminazione artificiale efficiente e diffusa.

Comprenderne oggi il principio di funzionamento non significa guardare al passato con nostalgia, ma riconoscere come molte delle questioni attuali – efficienza, spettro, qualità della luce, comfort visivo – siano state affrontate per la prima volta proprio con questa tecnologia.

Giacomo
Giacomohttp://www.luxemozione.com
LUXEMOZIONE news dal mondo della luce , fondato da Giacomo Rossi nel giugno del 2007, è il primo blog italiano dedicato interamente all’illuminazione. Strumento indipendente di comunicazione e discussione sull’illuminazione

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