Può la luce ridare vita a un luogo che ha perso la propria identità? Questo è il quesito a cui il Social Lighting cerca di dare risposta.

Sempre maggiore attenzione viene posta, soprattutto in ambito internazionale, sull’impatto che la luce può avere sul “sociale” e sul modo in cui la comunità vive gli spazi durante le ore di buio. Questo approccio è molto interessante, poiché permette di rendere gli spazi urbani più accessibili e vivibili da parte dei cittadini anche dopo il calar del sole. Questo significa garantire anche maggiore sicurezza.

Le teorie che stanno alla base del Social Lighting , in generale, non sono nuove nel panorama della progettazione urbana, basti pensare ad esempio alla progettazione partecipata, dove la collaborazione della comunità è fondamentale nella realizzazione di un progetto e dove, molto spesso, tema centrale di dibattito è l’illuminazione, strumento garante di sicurezza.

Alla base di quest’approccio sono principalmente due strumenti di indagine e progettazione, volti ad identificare le criticità del luogo. Prima di tutto l’indagine S.W.O.T. (Strenghts; Weakness; Opportrunities; Threats) che determina opportunità, minacce, forze e debolezze dell’area urbana oggetto di intervento. L’analisi è una delle metodologie più diffuse per la valutazione di fenomeni che riguardano il territorio, l’oggetto della valutazione dev’essere analizzato in modo da mettere in evidenza tutte le caratteristiche, le relazioni e le sinergie con altri progetti.

La S.W.O.T. distingue tra loro fattori “interni” ed “esterni“:

  • i punti di forza e debolezza sono fattori interni,
  • rischio ed opportunità sono portati da fattori esterni.

E’ possibile intervenire e modificare la natura delle variabili che fanno parte del sistema interno e che possono influenzarlo, mentre risulta necessario individuare e tenere sotto controllo le variabili esterne al sistema, che hanno la possibilità di condizionarlo e che non possono essere modificate (al contrario dei fattori interni), in modo da prevenire gli eventi negativi a favore di quelli positivi.

Per riassumere, l’analisi è utile per evidenziare le opportunità di sviluppo dell’area in esame, attraverso la valorizzazione degli elementi di forza e da una limitazione delle debolezze e dei rischi.

Questi elementi vengono rappresentati graficamente secondo la Matrice dell‘analisi S.W.O.T. che si riporta qua sotto

 

Social Lighting SWOT
SWOT analysis –  schema illustrativo

 

E poi il CPTED (crime prevention through enviromental design) approccio multidisciplinare volto a ridurre la criminalità attraverso il design dello spazio urbano; introdotta dal criminologo Charles Ray Jeffery, nel cui manuale viene sottolineato come un sistema di illuminazione di alta qualità, realizzato per valorizzare esteticamente il contesto, possa modificare sensibilmente l’immagine e l’atmosfera del territorio.

Con un ‘illuminazione progettata può cambiare radicalmente la percezione e l’attrattività di un luogo. La sensazione di sicurezza e di protezione che si avverte in un ambiente è fortemente influenzata dal dominio visivo dello spazio circostante e dalla generale familiarità con il sito; il primo fattore dipende direttamente dall’illuminazione ma anche il secondo può essere influenzato. È dunque fondamentale offrire la possibilità di essere attratti da un luogo ma anche di vedere e di riconoscerne le peculiarità e di percepirne la sicurezza.

L’illuminazione può connotare fortemente la percezione di sicurezza di uno spazio urbano, non soltanto attraverso l’azione fisica del vedere, ma anche attraverso un’azione indiretta, tra­mite la creazione di un’immagine del luogo, percepita come positiva.

CPTED Social Lighting CPTED Social Lighting CPTED Social Lighting

Dimostrazione pratica di applicabilità di queste teorie, sono alcune iniziative realizzata da gruppi di professionisti che organizzano dei veri e propri studi urbanistici e sociali su aree di periferia di grandi e piccole città, realizzando, attraverso dei mock up, con luci alla mano, le idee sviluppate a tavolino.

Uno di questi gruppi (forse il più attivo oggi) è il SOCIAL LIGHT MOVEMENT, movimento nato nel 2010 come associazione di architetti e lighting designer fondato da Isabelle Corten, Elettra Bordonaro, Olsson&Linder, Sharon Stammers e Martin Lupton. Lo scopo principale è quello di incoraggiare i progettisti a utilizzare in maniera corretta e funzionale la luce come strumento di riqualificazione urbana.

L’obiettivo è dare allo spazio urbano, in diversa misura, connotazioni evocative e allo stesso tempo ristabilire un rapporto di fiducia tra gli abitanti e la città notturna.

Parallelamente a questo movimento, si muovono componenti di Guerilla Lighting , che durante questi workshop, organizzano dei veri e propri “flash mob” in aree degradate e abbandonate delle città. Le loro installazioni si svolgono in genere in tempi molto contenuti (5-10 minuti) e riescono in pochissimo tempo a trasformare e rendere “attraente” un luogo, un cortile, il pilone di un ponte, solo con l’utilizzo della luce.

Molti sono gli esempi e tutti particolarmente sorprendenti, i cittadini stessi vengono chiamati a partecipare alla realizzazione, assieme ai progettisti che, al termine del lavoro, rimangono stupefatti ad ammirare i cambiamenti e la trasformazione radicale del paesaggio urbano, generata da queste installazioni.

Esempio Italiano di tutto rispetto, è rappresentato dagli interventi che lo studio METIS Lighting di Milano organizza durante la festa di quartiere di Via Padova, una forza orientata a elaborare un progetto di rigenerazione territoriale, contrastando la vecchia immagine della via, formulando proposte per la riqualificazione degli spazi e valorizzando le tante ricchezze presenti nel territorio.

Tra queste si ricorda “Il Giardino che non c’è” ,realizzata nel 2012, installazione posizionata sopra l’area di un acquedotto, che vuole ricordare un giardino per la sua forma e composizione, ma che in realtà è nel più completo degrado. Il tema affrontato è la possibilità di riqualificare questo spazio verde abbandonato, trasformandolo idealmente in un giardino attraverso l’utilizzo di installazioni luminose.

Qua sotto alcune foto scattate da Luxemozione durante l’installazione

La partecipazione delle persone che abitano e vivono il luogo è fondamentale, si ristabilisce un contatto, una cucitura tra chi abita lo spazio e lo spazio stesso.

Il messaggio proposto dal Social Lighting è chiaro e semplice: utilizzare la luce come strumento di riqualificazione e di recupero d’identità di un luogo.

Due semplici strumenti: la luce e le persone.

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Giulia
Giulia Gobino, Lighting Designer free lance, laureata in architettura al Politecnico di Torino, parte di LDT-Lighting Design Team , studio multidisciplinare di Progettazione della Luce. Già dal terzo anno di università segue workshop all'estero e corsi di formazione sui temi dell'illuminazione, fino a scrivere la tesi di laurea sul tema della riqualificazione urbana tramite l'illuminazione. Questa passione viene portata avanti ed approfondita con diverse esperienze professionali pre e post laurea, in azienda ed importanti studi professionali di lighting design, presso cui si forma come architetto specializzato nella progettazione della luce. Dal 2016 è iscritta ad APIL Associazione dei Professionisti dell'Illuminazione

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