Sono partito dall’Italia con la convinzione che i tedeschi fossero persone rigorose, metodiche, rispettose ma che, come rovescio della medaglia, pagassero lo scotto di una certa monotonia e mancanza di immaginazione. Invece sbarco a Berlino e mi accorgo che è una città senza capo né coda, un immenso cantiere in cui non esistono strisce pedonali, ma omini buffi dei semafori per pedoni (che risultano addirittura non a norma secondo le leggi europee del codice della strada), dove la ricostruzione sembra seguire un masterplan dettato dalle fantasie degli architetti piuttosto che dalle reali esigenze delle persone.

E in tutto questo mi accorgo che la città è bella, ci sono quartieri di artisti con i migliori graffiti che abbia mai visto, la gente è cortese ed ospitale; e non si mangia neppure tanto male (soprattutto si spende pochissimo, tranne che per la prima colazione).

A questo punto vi chiederete cosa possa avere a che fare tutto questo con il festival dell’illuminazione di Berlino.

Ritorno dunque al tema dell’illuminazione, non prima però di un’altra doverosa digressione: Berlino è una città illuminata “poco”; non “male”, ma “poco”. Questo significa che per le strade non troverete 1,5 cd/mq ed i marciapiedi saranno a malapena visibili; gli apparecchi sono funzionali e al massimo risparmio (non sono pochi i casi di sodio bassa pressione e soprattutto armature stradali con fluorescenti lineari) e addirittura diverse strade non sono illuminate.

Tutto questo, da illuminotecnico, mi ha fatto riflettere: hanno bisogno di poca luce perché non sono “mediterranei” come noi (come spesso sento dire a tanti progettisti illuminotecnici)? Non sono capaci di progettare una buona illuminazione pubblica? Ma cosa significa veramente una buona illuminazione pubblica? E’ poi sempre vero che illuminare tanto significa illuminare bene? Ma veramente pensiamo che una via illuminata a 20 lux a terra sia più sicura rispetto ad una via che ne abbia la metà se non addirittura 5 0 6?

E mi chiedevo tutto questo mentre osservavo ragazzi, donne e uomini incamminarsi tranquillamente verso vie buie (cioè senza alcun tipo di illuminazione), lasciando la sicurezza del sodio alta pressione della via principale. Siamo allora noi a creare un clima di ansia e paura e ad autoalimentare questa costante ricerca della “luce di giorno” anche di notte? O forse la cultura illuminotecnica è saldamente legata alla cultura del vivere e soprattutto del vivere in città, e quindi al benessere e alla tranquillità dei cittadini?

Tutto questo si lega al tema principale di questo mio articolo: se è vero che la cultura di un popolo si traduce anche in ambito illuminotecnico allora Berlino ed il suo festival hanno molto da insegnarci.

Mentre le ultime manifestazioni nostrane si sono concluse con il solito strascico di polemiche, tanto da far pensare che più che favorire la cultura della luce queste kermesse non siano altro che platee di visibilità per i “soliti noti” (con alti tassi di supponenza e pressapochismo), a Berlino il festival della luce è sinonimo di allegria, di spensieratezza e fantasia.

Nessuno vince, nessuno perde. Il LED non è un “obbligo morale” e coesiste assieme alle altre sorgenti, dalle fluorescenti alle candele. Ognuno “fa un po’ quello che gli pare” e colora monumenti e case. Tutti si divertono. L’unica pecca è il tempo: una pioggia fine e fredda ed il vento gelido hanno reso difficili le escursioni notturne.

Quindi il Festival of light di Berlino mi è sembrato una vera festa, con un notevole seguito di pubblico (e quindi presumo lauti introiti) di tutte le età: dalle famiglie che si godevano le proiezioni sul Berliner Dom ai pazzoidi che giravano con cavalletti e macchine ultra-professionali per vincere il concorso di fotografia (io mi sono affidato alla mia piccola digitale e al cavalletto snodabile); per non dimenticare la folla sulle lightship che passavano sulla Sprea come UFO usciti da “incontri ravvicinati del terzo tipo”.

Osservando le proposte italiane nelle ultime manifestazione ho paura che, oltre ad aver perso tante posizioni in questi anni in termini di competitività (professionale e tecnica), rischiamo di vederci soffiato anche il primato della creatività e del divertimento.

Non scrivo tutto questo per soffiare sul fuoco delle critiche (non so voi, ma a me pare che negli ultimi tempi non si possa più dire nulla senza che qualcuno ti urli contro improperi ed insulti) ma per far capire a chi legge che forse è venuto veramente il tempo di uscire dal quel nostro piccolo guscio chiamato Italia e con umiltà osservare anche quello che si sta facendo al di là dei nostri confini (anche perché non siamo di certo noi quelli più bravi e quelli più belli).

Per finire, vi lascio un paio di scatti delle notti illuminate di Berlino, con l’auspicio che tutto questo possa veramente favorire la “cultura della luce”.